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Iniziavo sempre nella tempesta


Ho sempre riparato le perdite durante la tempesta. Forse perché nei giorni di sole ho sempre riposato.

Quello che poi alla fine ci succede sempre nella vita, ci riposiamo convinti che gli input che ci arrivano vogliono solo allarmarci e stressarci e poi ci ritroviamo a dare ragione ai fatti. Era meglio sistemare le cose in un tempo favorevole anziché farlo durante la tempesta.

Siamo bravi a capire le condizioni meteo del domani guardando il cielo, siamo anche bravi a decidere cosa indossare secondo le condizioni meteo. Siamo meno bravi a saper decidere quando effettivamente dovremmo farlo, muoverci, parlare, reagire, risolvere.

Credo sia una sorta di pigrizia mista alla voglia di non “sporcarsi” le mani. Quella condizione che poi non ti fa sporcare soltanto le mani ma tutto, dalla testa ai piedi, vestiti compresi.

È il nostro modo di affrontare le cose. È la nostra voglia di attendere. È un lassismo che ci fa compiere le cose all’ultimo minuto. È la nostra condanna ma dal possibile cambiamento.

Non so perché ma la prima cosa reale che mi viene in mente è che tutto questo è in netta relazione con il tipico rapporto di coppia.

Non ho conosciuto tuttora una coppia che non sia arrivata ai cosiddetti ferri corti.

Ci si sceglie per piacere, ci si sposa per entusiasmo, si vive per abitudine, ci si lascia per noia.

Non sto a raccontare le mie disavventure ma una vittoria ce l’ho avuta nella mia vita dopo le tante tempeste passate sulla mia testa che mi hanno spinto fuori a riparare quelle crepe. Ti assicuro che mi sono inzuppato tutto, mi sono ammalato, mi sono ferito, ho sofferto, ho avuto dolore ma… Oggi ho imparato.

Ho imparato che stringevo la mia corda intorno alla persona sbagliata, che la mia corda aveva in cima un cappio che mi stringevo al collo. Ho finito sempre per strozzarmi finché ho lasciato la presa, ho abbandonato l’idea di legarmi a qualcuna o qualcosa che potesse farmi gioire mentre invece mi portava sofferenza.

Ho preso la mia corda e l’ho lanciata al cielo.

È rimasta lì, tesa come di una stretta forte ma al tempo stesso morbida e libera di muoversi. Ero convinto si fosse impigliata ma invece era ben salda in chi la teneva stretta. In realtà, prima di lanciarla, gridai al cielo dicendo che se quella corda l’avessi dovuta legare a qualcosa, quel qualcosa doveva essere diretta nella mia stessa direzione di vita, di scelte, come due ruote di un treno legate allo stesso asse su binari resistenti e direzionati alla meta.

Passarono tre anni da quel grido, per tre anni quella corda rimase tesa al cielo ma al terzo anno il cielo mi presentò una terza corda, tesa ma al tempo stesso morbida, che scendeva dal cielo ed era legata ad una donna. Splendida, per me forse anche troppo ma quella donna aveva lanciato al cielo lo stesso grido, si era ritrovata anch’ella con la mia stessa situazione “al cielo”.

Quel Capo aveva legato a se le nostre corde facendo un nodo a tre capi. Quel Capo d’amore non ha sbagliato quel nodo che finora è saldo, ben stretto e destinato all’eternità.

Quel grido sotto la tempesta e quella corda lanciata al cielo mi ha restituito un buon esempio di vita. Ho capito, proprio grazie a quelle tempeste, dove stringere bene il capo della mia corda e sicuramente non intorno ad un altro essere umano.

OGGI vivo la quiete. In questo oggi io mi muovo nella serenità per essere pronto alle tempeste che non mancano mai.

Non sono più legato al punto sbagliato, sono ancorato a qualcosa di forte che mi stringe a Se e mi tiene legato forte a lei.

La felicità l’ho trovata nella conoscenza e la conoscenza non mi ha provocato più sofferenza.

Oggi sì, sono felice e libero anche in mezzo alle tempeste.

Ispirato dal versetto:

Se uno tenta di sopraffare chi è solo, due gli terranno testa; una corda a tre capi non si rompe così presto.

Ecclesiaste 4:12

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